Le AI faranno licenziare le persone? Lo abbiamo chiesto alle aziende, privati e anche AI.


La domanda è di quelle che sembrano semplici ma che, appena la si guarda da vicino, iniziano a complicarsi: le intelligenze artificiali faranno licenziare le persone?
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Non è più solo un interrogativo da convegno o da esperti di tecnologia, è diventato un tema quotidiano, da bar, da ufficio, da famiglia. Per capirci qualcosa in più abbiamo fatto una cosa forse un po' paradossale: lo abbiamo chiesto sia alle persone sia alle intelligenze artificiali.

Le risposte, come prevedibile, non sono state univoche. Tra le persone c'è una certa inquietudine, spesso mescolata a curiosità. Un impiegato amministrativo ci ha detto che da qualche mese usa strumenti automatici per scrivere email e riassunti e che il lavoro è diventato più veloce, ma proprio questa velocità lo mette a disagio. «Se prima servivamo in tre per fare una cosa, ora basta uno solo», ci ha detto, con una lucidità che non lascia molto spazio all'ottimismo. Un grafico freelance invece ha una visione diversa: utilizza le AI per creare bozze rapide, per sperimentare stili, per risparmiare tempo nelle fasi più ripetitive. Non ha paura di perdere il lavoro, ma di dover cambiare continuamente modo di lavorare sì, quello lo ammette.

C'è poi chi guarda il fenomeno da una prospettiva più ampia. Un piccolo imprenditore nel settore dei servizi ci ha spiegato che l'intelligenza artificiale rappresenta una leva per ridurre i costi, soprattutto in un contesto economico sempre più competitivo. «Non è che voglio licenziare qualcuno», ha chiarito, «ma se posso automatizzare certe funzioni, è inevitabile che prima o poi il numero di persone necessarie diminuisca». Parole che riflettono una logica aziendale comprensibile, ma che allo stesso tempo fanno emergere un nodo cruciale: il progresso tecnologico non è neutrale, ha sempre conseguenze concrete sull'occupazione.

Abbiamo poi provato a porre la stessa domanda alle intelligenze artificiali. Le risposte, in questo caso, sono state più articolate e, in un certo senso, anche più caute. Le AI tendono a sottolineare che storicamente ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto alcuni lavori ma ne ha creati altri. Insistono molto sul concetto di trasformazione piuttosto che su quello di sostituzione. Secondo queste analisi, i lavori più a rischio sono quelli ripetitivi, standardizzabili, basati su processi prevedibili. Al contrario, le professioni che richiedono creatività, empatia, capacità relazionali e pensiero critico dovrebbero essere più resilienti.

Eppure, anche nelle risposte delle AI si percepisce una certa ambiguità. Da un lato rassicurano, dall'altro ammettono che la velocità del cambiamento attuale è diversa rispetto al passato. Non si tratta solo di macchine che sostituiscono il lavoro manuale, ma di sistemi che iniziano a incidere anche su attività cognitive, creative e decisionali. Questo sposta l'asticella e rende più difficile prevedere gli effetti nel medio e lungo periodo.

Un aspetto che emerge con forza, sia parlando con le persone sia interrogando le AI, è che il vero tema non è tanto se ci saranno licenziamenti, ma come verrà gestita la transizione. Se le aziende utilizzeranno queste tecnologie solo per tagliare costi, è probabile che l'impatto sull'occupazione sarà negativo. Se invece le useranno per aumentare la produttività e creare nuove opportunità, allora lo scenario potrebbe essere diverso. In mezzo c'è tutto il tema della formazione, della capacità di aggiornare le competenze, di accompagnare le persone in questo cambiamento.

Molti lavoratori ci hanno detto di sentirsi poco preparati. Non tanto per mancanza di volontà, ma per assenza di strumenti concreti. «Tutti parlano di riqualificazione, ma poi nella pratica cosa significa?», ci ha chiesto un operaio. È una domanda che resta spesso senza risposta. Anche perché non esiste una soluzione unica: ogni settore, ogni professione, ogni contesto ha le sue specificità.

Le AI, da parte loro, suggeriscono percorsi di aggiornamento continuo, sottolineano l'importanza delle competenze digitali e della flessibilità. Ma anche qui si tratta di indicazioni generali, che nella realtà quotidiana devono fare i conti con tempi, risorse e condizioni spesso limitate.

Alla fine di questo confronto incrociato resta una sensazione piuttosto chiara: non esiste una risposta netta alla domanda iniziale. Le intelligenze artificiali probabilmente porteranno a una riduzione di alcuni posti di lavoro, ma allo stesso tempo ne trasformeranno altri e ne creeranno di nuovi. Il punto è capire chi pagherà il prezzo di questa trasformazione e chi ne trarrà beneficio.

Forse la vera questione non è se le AI faranno licenziare le persone, ma se saremo in grado di governare questo cambiamento in modo equo. Perché la tecnologia, da sola, non decide nulla. Sono le scelte umane, economiche e politiche a determinare gli effetti reali. E su questo, almeno per ora, le risposte sono molto meno rassicuranti di quelle che arrivano dalle macchine.

Alla domanda non tutti hanno risposto con distacco o analisi razionale. Alcune persone hanno ammesso apertamente di avere paura, una paura concreta, non teorica, di perdere il proprio lavoro. Non tanto perché si sentano già sostituibili oggi, ma per il timore che certe decisioni possano essere prese dall'alto in modo freddo, quasi automatico. C'è chi teme che un'azienda, convinta che affidarsi completamente a sistemi di intelligenza artificiale o a robot senza controllo umano sia più conveniente, possa arrivare a tagliare il personale senza fermarsi a valutare le conseguenze sociali e personali. «Il problema non è la tecnologia», ci ha detto una lavoratrice del settore commerciale e addetta al magazzino, «ma chi decide come usarla». In queste parole si percepisce il rischio di un possibile «disastro umano», fatto di persone improvvisamente escluse, di competenze non più riconosciute e di vite che devono essere ricostruite da zero, spesso senza un vero supporto.

E tu, cosa ne pensi? Questo è quello che abbiamo “scoperto", ascoltato e “raccolto come testimonianza” dalle persone. Tu come lo vedi il tuo futuro?

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