Federico Leva ha sbagliato: ma l'ignoranza è italiana - SitSardegna.it

4 Luglio 2022by SitSardegna
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In questo articolo abbiamo analizzato il caso “Federico Leva e della sua campagna contro Analytics“, lo abbiamo fatto tra i primi cercando di capire meglio, prima sotto l’aspetto tecnico, quanto stesse accadendo nel web.

Non volendo rientrare nel tema “email di Federico Leva”, questa volta vogliamo analizzare un po’ più in dettaglio un altro aspetto che riguarda il nostro Paese e quella che, purtroppo, è la mentalità italiana che ci tiene sempre troppo lontani dal cambiamento (cambiamento in positivo).

Per noi lo era già dall’inizio, semplice e chiaro: la risposta a Federico è dovuta in quanto la sua è stata una richiesta ben precisa basata sull’interesse di fare valere i propri diritti come elencati nel Regolamento Europeo GDPR.

Sicuramente non ci vorremo trovare nella situazione di Federico Leva, ora, che dovrà rispondere a tutte le email che gli chiedono di indicare i dati che, mancanti nella sua email, sono necessari per poter dare seguito alla sua richiesta (nel precedente articolo sopra collegato abbiamo scritto perché); non vorremo nemmeno trovarci nella sua situazione anche per il solo fatto che, come abbiamo sempre sostenuto, la sua “battaglia” gli è un attimo sfuggita di mano.

A confermarlo, infatti, è lo stesso Federico Leva che, in una intervista rilasciata a tale Matteo Flora facilmente reperibile su YouTube, dichiara (si riepiloga): è nota la mia posizione nei confronti di Google Analytics, così mi è venuta l’idea di informare i titolari del trattamento circa quanto stanno facendo anche, e specialmente, a seguito delle pronunce del Garante Italiano. Per fare questo ho pensato che il modo migliore fosse quello di fare valere i miei diritti, ma non pensavo esplodesse così tanto.

Federico Leva ha sbagliato

Sicuramente rimaniamo del parere che Federico Leva abbia sbagliato, quantomeno nella scelta del modus operandi (non si discute sul suo voler fare valere i propri diritti anche se, pure qui, ci sarebbe da dire ma non basterebbe una intera enciclopedia per analizzare il problema come meriterebbe).

Nella sua intervista, infatti, ci sono alcuni punti, sue dichiarazioni, che, alcune, vanno anche in netto contrasto con quella che è la normativa GDPR (ma anche di questo se ne è già fatto accenno in questo nostro articolo), eccone qualcuno:

  • nel fare valere i suoi diritti ha posto in essere un trattamento di dati personali non autorizzato trasferendo a terze aziende, la LimeSurvey che ne ha bloccato il suo account a seguito di non poche segnalazioni ricevute, quanto da lui collezionato/trattato;
  • vista la mole di email (Federico Leva ammette essere dell’ordine delle decine di migliaia di email), ne ha in coda di invio moltissime altre – così si può leggere da ricerche nei vari social, risulta giustificato il poter affermare che Federico Leva abbia posto in essere un trattamento automatizzato (per il quale il GDPR è abbastanza chiaro: non lo puoi fare se non dietro esplicito consenso dell’interessato);
  • Federico Leva, nel video intervista reperibile su YouTube, smentisce quanto, invece, dichiara nella mail e che, lui stesso nei suoi twitter pubblici ha sottolineato, ovvero che LimeSurvey è un’ottima alternativa OpenSource per chi si vuole mettere in regola o replicare a queste richieste evitando scartoffie. Nelle sue email infatti è presente la dicitura chiara “richiedo di rispondere a quanto sopra primariamente tramite il modulo collegato sotto, fornito tramite software libero LimeSurvey ospitato in UE” … “il mio indirizzo di posta elettronica per questa materia è “domande@leva.li”. Nell’intervista, invece, in totale contraddizione afferma che la risposta tramite l compilazione di quel modulo era opzionale.

Non vogliamo essere nei panni di Federico Leva

Immaginatevi un attimo se, adesso, tutti quelli che hanno ricevuto la mail di Federico Leva richiedessero loro a Federico quanto garantito dal GDPR, ovvero: accesso e cancellazione dei dati trattati in modo automatico ecc ecc.

Federico si troverebbe costretto, perché è la normativa che glielo impone proprio come lo impone a tutti i titolari di un trattamento, a dover rispondere e dare seguito ad ogni singola email che riceverebbe (e non esiste intelligenza artificiale che, oggi, potrebbe fare per lui il lavoro rispettando le modalità di una normativa, il GDPR, ancora oggi non perfettamente chiara.

L’ignoranza tutta italiana

Quanto sopra come anticipazione… l’aspetto che però si vuole analizzare è tanto importante quanto quello che è accaduto.

Il pressapochismo italiano nel volersi informare prima di parlare, la superficialità nel rispondere, dare consigli ecc.

Ci dissociamo da tutte quelle assurdità che Federico si è trovato a ricevere, anche se doveva aspettarselo visto quanto ha sollevato non limitandosi a chiedere di fare valere suoi diritti nel modo giusto, ma la questione di fondo è: siamo nel 2022, come è possibile che si arrivi a tanto ancora oggi?

Federico Leva conferma quanto già reperibile nei vari social e canali di scambio informazioni pubblici: me ne hanno dette di tutti i colori oltre che riferirmi di fare parte di …

Questo a dimostrazione del fatto che, si ripete pur in parte sbagliando Federico, un problema viene risolto, oppure si tenta di zittirlo, cercando sempre le scuse anche più fantasiose: non mi ha da una pec, non mi ha mandato una raccomanda, è un bot, Federico non esiste, non mi ha mandato il suo documento di riconoscimento, la mail è totalmente anonima, è un tentativo di Phishing, non rispondete perché poi vi chiederà soldi, la solita truffa ecc ecc.

Oggi come oggi è lecito porsi queste domande ma, come già detto in vari canali, sarebbe stato sufficiente eseguire una banalissima ricerca sul web per capire che: Federico è una persona ed esiste, Federico vive dove dice di vivere (quantomeno il paese città), fa quello che dice di fare (i rimandi a lui sul web sono diversi).

Invece no, pur evidente quantomeno l’essere chiamati a dover soddisfare una richiesta legittima, si cerca sempre di sminuire il problema fino ad auto convincersi che il problema è una truffa o, come sommariamente riportato sopra, chissà quale altro tentativo di fregare il prossimo al quale non si deve dare riscontro.

Un altro problema che viene a galla, sempre e comunque solo quando qualcuno forza la mano per renderlo noto, è la superficialità nell’informarsi, nell’essere informati e, anche da parte delle autorità più alte, di informare in modo chiaro senza dover per forza obbligare ad avere una laura che spazia dalla Giurisprudenza all’Ingegneria del software passando per la letteratura e filosofia.

Come finirà questo caso?

Federico nella sua intervista lascia intendere di non voler dare seguito alla sua azione, che il suo fine era quello di “promuovere l’uso del software libero anche perché poco simpatizzante nei confronti di Google Analytics”, ma non ne possiamo essere certi. Dovrebbe, lui, rilasciare pubblicamente quella che è la sua scelta di azione per il prossimo periodo.

Cosa dovranno fare tutti i titolari del trattamento?

Sicuramente il nostro consiglio rimane lo stesso di sempre: non sottovalutate mai questi aspetti.

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